Microplastiche negli alimenti: tra facili allarmismi e obiettivi reali

Microplastiche negli alimenti: tra facili allarmismi e obiettivi reali

Secondo le stime fatte da Greenpeace, ogni anno, sono 8 milioni le tonnellate di plastica che finiscono in mare. Un peso insopportabile che l’eco sistema rispedisce al mittente sotto varie forme. Una di queste sono le microplastiche, quelle particelle invisibili ad occhio nudo e insolubili in acqua, che stanno gettando nello scompiglio la filiera alimentare. Tracce di fibre di plastica sono infatti state trovate nello stomaco dei pesci e nei molluschi, nell’acqua del rubinetto, nel sale da cucina, nel miele, nella birra e addirittura nell’aria che respiriamo. La catena di contaminazione è davvero sfaccettata e, come in tutte le questioni complesse, è bene non cedere subito alla tentazione dell’allarmismo.

L’Unione Europea ha ribadito che “secondo le attuali conoscenze, è improbabile che l’ingestione di microplastiche sia di per sé sia un rischio oggettivo per la salute umana”. Anche secondo l’Efsa, l’Agenzia europea per la Sicurezza alimentare, allo stato attuale è troppo presto per stabilire con certezza scientifica in che misura le microplastiche sono nocive per i consumatori. Questo non significa sottovalutare un tema che rimane emergente, bensì continuare ad operare nel cammino della ricerca per ottenere maggiori dati e valutare il reale stato della situazione.

Nel frattempo, sempre da Bruxelles, è partita la lotta alla plastica usa e getta. Sotto accusa prodotti come i bastoncini cotonati, le posate, i piatti, le cannucce i mescolatori per cocktail e le aste per palloncini. Secondo la nuova normativa entro il 2020 dovranno essere composti di materiali in grado di dissolversi nell’ambiente.

Nel mirino anche l’industria cosmetica responsabile di utilizzare il polietilene, il più comune fra le materie plastiche, in molti prodotti come esfolianti, saponi, creme e gel.
Dal canto loro i produttori di materie plastiche mettono l’accento sulla responsabilità dei cittadini e sull’inadeguatezza delle infrastrutture per la gestione dei rifiuti che non dovrebbero in alcun modo finire in mare.

Anche diverse organizzazioni ambientaliste come il Wwf, Legambiente e GreenPeace considerano apprezzabile la proposta di direttiva Ue, ma concordano nel dire che serve fare di più, per prima cosa alzando a livello globale le soglie del riciclo, la vera chiave di svolta per invertire la rotta dell’inquinamento planetario. Secondo l’Osce lo scenario non è dei migliori: l’Europa ricicla il 30% delle materie plastiche (l’Italia il 45%), gli Stati Uniti il 10% mentre in molti Paesi in via di sviluppo la raccolta differenziata è pari a zero. Per il mercato produrre nuova plastica è, per il momento, più conveniente che riciclare e finché non verranno invertite le prospettive sembra difficile spezzare la catena delle microplastiche.

 

Articolo a cura di Paola Maruzzi